ago 04

Oggi vorrei parlare degli aspetti cognitivi dei rapporti interpersonali. Prima di iniziare voglio dire che gli uomini spesso non sono agitati, turbati dalle cose in quanto tali ma dalle opinioni che hanno delle cose stesse. Un esempio è la morte. Infatti la morte, che è un punto amaro per ogni essere vivente, non dovrebbe far paura. Anzi, non fa paura la morte in quanto tale, ma più che altro è l’opinione che si ha della morte, quello è amaro. Quindi gli aspetti cognitivi nei rapporti interpersonali significa che i nostri rapporti, la nostra vita, è mediata non tanto quanto dagli eventi che accadono attorno a noi ma più che altro dalla nostra incapacità di poterli interpretare, elaborare ed adattarci ad essi in modo funzionale. Una forma terapeutica che non ha inventato ma scoperto, più che altro perchè tutto sommato nella vita si può solo scoprire ma non inventare nulla, è stata la Terapia Razionale Emotiva di Albert Ellis.. ispirata dalle riflessioni di Epitteto, un filosofo che insieme a Marco Aurelio hanno una visione accomodante nei confronti della vita. La Terapia Razionale Emotiva, definita RET dall’inglese Rational Emotive Therapy è una particolare forma di psicoterapia messa a punto appunto negli anni 60 come dicevamo da Albert Ellis. Egli proveniva da una scuola psicanalitica e si rese conto dal suo punto di vista che le interpretazioni degli eventi rimanevano circolari, fini a se stesse. Iniziò a cercare di comprendere in quale modo funzionale si potesse cambiare il comportamento e gli atteggiamenti delle persone. Cercò di capire infatti qual’era la modalità per modificare i propri pensieri, i propri stati emotivi come l’ansia oppure gli stati depressivi. Devo dire che la RET che è un modello più che una psicoterapia, un modello utilizzato da psicoterapeuti ad orientamento cognitivo-comportamentale e non solo, rappresenta un valido aiuto per comprendere il ruolo ed il meccanismo dei pensieri nei confronti delle emozioni. Essa infatti ci dice come le azioni emotive e i comportamenti siano in larga misura condizionate dalle nostre interpretazioni della situazione, dai nostri pensieri, dalle nostre idee, dalle nostre convinzioni e dai dialoghi con noi stessi, interiori. Infatti il rapporto tra pensieri ed emozioni è biunivoco: di fronte al normale fluire delle emozioni i pensieri hanno un ruolo importante nel determinare l’esito positivo o negativo di queste emozioni. Quindi possiamo dire che dietro molte nostre emozioni e stati emotivi c’è un atteggiamento, un modo radicato di pensare talvolta in modo irrazionale. Possiamo fare un’esempio, quando una persona va entra in un locale vorrebbe tanto conoscere una ragazza che ha di fronte, che gli piace molto però dentro di sé ci sono pensieri del tipo “devo presentarmi bene”, “devo essere all’altezza”, “devo fare bella figura” e tutto questo lo porta spesso a perdere di vista la sua spontaneità e ad orientare l’attenzione su questo atteggiamento perfezionistico, atteggiamento e modalità di pensiero perfezionistica che se non avesse probabilmente vivrebbe il presente spontaneamente e magari riuscirebbe nel suo intento. Altre volte invece sono le emozioni che influiscono i nostri pensieri. Ci sono delle emozioni che appaiono talmente radicate e persistenti che ogni volta che si ripresentano attuano particolari condizioni, diciamo che sono uno stimolo che fanno partire una serie di pensieri, che causano una serie di pensieri creando poi un circolo vizioso. Facciamo un esempio, in alcuni casi il pensiero determina la paura. Di fronte ad un serpente innocuo posso provare spavento se penso ad esempio che sia velenoso. In altri casi è la paura che eccita il pensiero: se ho paura del lupo, lo penso costantemente e lo vedo sicuramente dappertutto. Quindi diciamo che i due fattori, pensiero ed emozione si influenzano vicendevolmente innescando un processo circolare quindi penso personalmente che sia non completo un lavoro prettamente sulla cognizione, sull’idea delle persone ma un lavoro anche emotivo sulle emozioni delle persone attraverso appunto esercizi dal vivo, attraverso delle ristrutturazioni dal vivo, far sperimentare alle persone a desensibilizzare le proprie emozioni e che le proprie emozioni non siano razionali. Quindi partire non dai pensieri ma dalle emozioni. Quindi la ret cosa fa, analizza le connessioni tra lo stimolo, il pensiero e le proprie emozioni conseguenti. Con il termine pensiero voglio ricordare che si fa riferimento al sistema di convinzioni che agisce da intermediario tra la stimolazione esterna e le risposte di adattamento mentre le emozioni comprendono le nostre, non solo le reazioni comportamentali esteriori ma anche le nostre reazioni emotive, talvolta non soltanto fisiologiche viscerali ma anche elaborate in termini, come dire, cognitivi e quindi sono molto più sviluppate che invece risposte viscerali quali la paura infatti l’emozione, ad esempio la timidezza è una risposta emotiva molto più sviluppata che ha un contenuto cognitivo molto maggiore di quelle che possono essere risposte di base. Quindi ecco le cose che c’è da prendere in considerazione quando si cerca di operare nei confronti di un soggetto in termini funzionali, in termini di cambiamento, sono le tre polarità: pensiero, emozioni e comportamento. Ora, voglio, parlarvi di Lichtenstein, Marco Aurelio, Epitteto, sono tutte persone, filosofi, che appartengono al passato e questo di cui noi stiamo parlando, lo parlavano già nell’antica Grecia per cui non si è fatto altro che rispolverare qualcosa che apparteneva all’umanesimo, alla filosofia e quindi non c’è un inventore ma c’è uno scopritore di un atteggiamento che già esisteva in passato. A volte -apro una parentesi- diventa quasi simpatico vedere che nascono delle scuole di psicoterapia su qualcosa che era già tutto sommato esistente da centinaia di anni come se qualcuno avesse scoperto l’acqua calda, ma comunque è una parentesi. Voglio tornare a Lichtenstein e quindi anche alla filosofia a cui si rifà anche la scuola di Albert Ellis. Lichtenstein diceva che la soluzione del problema che tu vedi nella vita è un modo di vivere che fa scomparire ciò che costituisce il problema. Cioè lui dice che se la vita è problematica è segno che la tua vita non si adatta alla forma della vita.

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lug 10

Oggi vorrei parlare di un diritto assertivo. Un diritto per me fondamentale.

L’assertività sappiamo tutti che è la capacità di esprimere i propri desideri, la propria individualità, rispettando se stessi tanto quanto si rispettano gli altri. Questo diritto lo possiamo definire diritto di autonomia di giudizio. Cioè possedere una propria autonomia di giudizio, ricordarci che noi soltanto abbiamo il diritto di giudicare il nostro comportamento, i nostri pensieri, le nostre emozioni e di assumere le responsabilità di queste accettandone le conseguenze.

Spesso infatti io, osservando e guardando nel sociale, noto sempre la tendenza da parte di molti a comformarsi a delle regole esterne, stabilite a volte da persone competenti, autorevoli e sembra che questo possa dare più tranquillità, più sicurezza.

In verità secondo me, prendere come punto di riferimento se stessi piuttosto che gli altri, aiuta a sviluppare maggiormente la propria individualità, la propria libertà. Anche se ciò significa commettere degli errori. Ma soltanto in questo modo possiamo iniziare a scoprire in realtà ciò che siamo e ciò che vogliamo. Ora. Si nasce, si cresce in un contesto sociale dove fino a quando siamo piccoli ci dicono cosa dobbiamo fare, cosa non dobbiamo fare, ci dicono che dobbiamo assomigliare il più possibile a quell’ideale piuttosto che a quella persona.. Quante volte ci siamo sentiti dire “questo non me lo aspettavo da te”, “la mamma sai che ti vuole bene se fai quello”, “mi piacerebbe che tu diventassi un ingegnere”, in poche parole ci stanno dicendo che noi meritiamo l’affetto e l’amore soltanto ed esclusivamente se.. e la stima degli altri.. esclusivamente se facciamo ciò che gli altri desiderano da noi. Cioè non c’è nessuno che ci insegna a dire “Bene sant’Iddio, cosa ti piace fare? Cosa ami fare? Chi sei? Che tipo di pianta sei? Diventa la pianta che sei” No, fin dall’inizio ci insegnano ad appagare le aspettative degli altri, spesso dei genitori, poi della famiglia. E spesso noi diventiamo adulti senza renderci nemmeno conto che siamo schiavi di un’idea. Siamo schiavi di un’idea, di un’idealismo, di una rappresentazione di una persona che non può esistere, la persona che vorrebbe il mondo tu fossi. Per fare questo spesso non viene usata la violenza ma bensì quello che viene definito senso di colpa. Infatti il senso di colpa è uno strumento che permette agli altri di manipolarci. Il senso di colpa è uno tra gli stati d’animo più assurdi che possano esistere. Non dovrebbero esistere i sensi di colpa, non bisognerebbe crescere con il senso di colpa. Il senso di colpa è l’idea che è colpa tua se qualcun altro sta male. Io lo definirei moralismo cioè attribuire a me le conseguenze degli stati d’umore degli altri. E’ come se io fossi colpevole una persona come gestisce la propria vita un’altra persona. Ma questo non dipende da me. Nessuno ci ha mai insegnato che le persone che ci vogliono veramente bene sono persone che ci lasciano volare, ci lasciano le finestre aperte, ci dicono “magari questa cosa è contraria alle mie idee, magari mi aspettavo altro da te, ma se ti voglio veramente bene è giusto che tu faccia ciò che realmente ti fa stare bene”. Benissimo, quello che vedo in giro è un sacco di persone che si sentono realizzate, sicure, che hanno stima di sé esclusivamente se appagano i desideri degli altri. E’ vero che ci si sente sicuri ad essere apprezzati dagli altri. Ma più ci saremo apprezzati per questo motivo dagli altri più perderemo il nostro individualismo e la nostra libertà. La libertà di esprimere quello che siamo, la libertà di diventare quello che siamo, la libertà di non giudicarci secondo i canoni prefissati dalla cultura. Perchè spesso siamo schiavi, spesso stiamo male non per malattie reali ma siamo schiavi perchè abbiamo delle catene mentali. Usiamo la stessa matematica da quando siamo nati per giudicarci.

Cambiamo paradigma matematico per valutarci. Per oggi direi che è sufficente. Quindi ricordate che il primo diritto è l’autonomia di giudizio. E questo lo dico a tutte le persone che fanno dipendere la loro vita dagli altri. Voi soli avete il diritto di giudicare il vostro comportamento e i vostri pensieri -assumendovi delle responsabilità certamente- ma voi soltanto. Arrivederci.

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mar 30

“Non cambierai mai le cose combattendo la realtà esistente. Per cambiare qualcosa , costruisci un modello nuovo che renda la realtà obsoleta” (Buckminster Fuller)

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