dic 20

I coltivatori di tabacco insegnano che al tabacco appena piantato, non viene data sufficiente acqua per soddisfare completamente i suoi bisogni.

A causa di ciò, la pianta è costretta a cercare nella profondità del suolo l’acqua.

La condizione di stress permette lo sviluppo nel tempo di un impianto radicale forte.

L’effetto sarà di avere delle fantastiche piante.

Le condizioni stressanti non devono essere viste sempre come qualche cosa da evitare. Questo è un insegnamento innaturale, che porta a trovare la soluzione banale dei nostri problemi, come spesso accade quando vedo persone che si sedano attraverso l’utilizzo di psicofarmaci per affrontare la loro ansia o i loro stati depressivi e paure.

Ma come fa una persona parlare di sè se dietro non sono presenti esperienze emotive forti.

Molte persone riempiono la vita di oggetti, di abitudini, di dogmi.

Spesso descrivono se stessi in base al loro lavoro, la grandezza della macchina, quanti appartamenti hanno, dove lavorano…..

Nessuno ci insegna a scoprire chi siamo realmente. Ci insegnano a diventare o ad assomigliare a qualche stereotipo di successo.

Fin dall’inizio la cultura di riferimento si impossessa di noi e ci insegna quali emozioni devono essere nascoste, perché subiranno critiche, e quali altre no.

Veniamo sempre giudicati per quello che facciamo fin dall’infanzia e indirizzati a diventare quello che non siamo.

Poco spazio viene dato alle nostre riflessioni interiori umane; tutto passa da un giudizio dicotomico e banale basato sul giusto e sbagliato.

Le situazioni stressanti creano spazi, e noi dobbiamo lasciare che questi spazi si riempiano spontanemanete senza fretta nel tempo.

Un po’ come quando da piccoli ci sbucciavamo le ginocchia e si formava spontaneamente una crosticina che poi lasciava spazio ad una nuova pelle più rosa, che con il tempo si irrobustiva.

Senza rendercene conto avevamo una nuova pelle.

Creare spazio significa abbandonare ciò che non serve più, anche se questo é diventato un porto sicuro.


nov 25

Imparare ad andare in bicicletta

Accade, talvolta,  che ciò di cui abbiamo bisogno non sia esposto, in evidenza sul primo scaffale, nella bella vetrina di una libreria.

Di solito quando entriamo in libreria troviamo i libri catalogati e suddivisi per genere.

Corridoi profumati e in ordine. E’ difficile perdersi.

Si trovano i libri più conosciuti, le ultime novità.

Poi se si supera la prima sala e si va fino in fondo, possiamo trovare una porticina. Poche persone la notano.

Ma se qualcuno decidesse di aprirla si troverebbe nel retrobottega della libreria.

Li è tutto un po’ in confusione. Ci sono delle grandi finestre che danno su di un bellissimo giardino, dove le foglie si staccano al vento e si fanno trasportare dal vento. Chissà dove…

Forse è li che troviamo i nostri libri, quelli le cui pagine sono piene delle esperienze raccolte durante il tempo della nostra vita.

E’ un luogo che possiamo trovare solamente rischiando e accettando di cadere.

Ho aperto questo libro casualmente e ho letto queste poche righe che hanno fatto sbocciare dei ricordi nella mia mente…

Testo tratto da Firenze in quattro stagioni di Paola Zannoner, Ediciclo Editore.

L’estate è anche la stagione in cui ho imparato ad andare in bicicletta. Avevo otto anni, mi pare, ed eravamo sul lungomare di Fano. Mio padre mi sorreggeva tenendo la mano sul sellino e mi ha incitato:
«Su,coraggio, vai!».
«Ma tu non mi lasciare».
«Non ti lascio, vai, pedala!».

Ho pedalato sempre più veloce e un po’ ubriaca di vento. Solo quando mi è caduto l’occhio sulla mia ombra solitaria, mi sono accorta che lui non c’era più, non mi sosteneva. Ma ormai andavo, e sapevo. Credo che s’impari così, con la spinta alla libertà che qualcuno t’imprime, ma anche con un po’ di tradimento frutto d’amore e d’orgoglio per averti restituito a te stesso, alla tua dimensione d’indipendenza, alla coscienza della tua forza.
Mio padre voleva dei figli liberi, autonomi, viaggiatori, responsabili di sé…

nov 23

Sfumature

Ognuno di noi è portatore di differenti sfumature.

“Ogni volta che affermiamo una parte di noi,

ne neghiamo un’altra.”

Octavio Paz

nov 11

“Ciò che la fortuna non ha dato la fortuna non toglie”

Marco Aurelio

Capita spesso che le persone confondano alcuni malesseri emotivi e stati ansiosi con la malattia mentale.

Il disagio di vivere si esprime attraverso sintomi fisici e pensieri irrazionali.

La società nella quale viviamo, a partire dalla scuola per arrivare ad ambienti lavorativi e relazioni familiari, offre poco spazio all’espressione al confronto e all’ascolto di stati emotivi più complessi, come ad esempio la solitudine, il senso di abbandono, vergogna e ansia sociale.

L’educazione emotiva permette di differenziarsi come soggetto, conoscere le inclinazioni personali e divenire liberi pensatori. Parlare dei propri stati emotivi, averne consapevolezza, significa arricchire l’anima, trovare quello che desideriamo e ciò che ci potrà rendere veramente sereni. Questi comportamenti sono difficilmente realizzabili, in particolare per i ragazzi che crescono in condizioni culturali in cui i miti sono il successo, il denaro, la fama, e dove ogni cosa è mediata dal materialismo e dove tratti del carattere, quali la sensibilità, vengono interpretati come segni di debolezza. Si passa tutta la vita ad inseguire falsi obiettivi. Ci è stato insegnato che solo quando avremo tutto ciò saremo degni di essere riconosciuti. E per esistere dobbiamo essere riconosciuti.

Ci si chiede se questa società sia strutturata per creare liberi pensatori, oppure per omologare e creare sensi di colpa. La tentazione è quella di annullare o sedare emozioni spiacevoli, dolori e frustrazioni barattandoli con piaceri effimeri. Lo slogan è “non bisogna stare male”. E così si vedono persone imbottite di ansiolitici per manifestazioni di ansia che non sono altro che la punta di un iceberg di un malessere interiore.

E’ facile immaginare che a nessuno piaccia la sensazione di sentirsi solo, emarginato, rifiutato. Invece di scoprire questo stato d’animo e di affrontarlo, è più semplice sedarlo con un farmaco, o evitare di approfondirne le cause appagandolo con l’acquisto di beni materiali.

Prima di avere la barca è importante avere la bussola; i beni materiali danno immediata soddisfazione ma esauriscono la propria funzione in tempi molto brevi e lo stesso dicasi per i farmaci che consentono una risposta sintomatologica rapida, ma non risolvono la causa del malessere. Alla luce di queste considerazioni, appare molto più importante avere la consapevolezza dei propri stati d’animo, la bussola, appunto, delle proprie mancanze e delle singolari aspirazioni al fine di orientare la propria vita verso ciò che realmente gratifica e porta serenità e benessere.