lug 10

Oggi vorrei parlare di un diritto assertivo. Un diritto per me fondamentale.

L’assertività sappiamo tutti che è la capacità di esprimere i propri desideri, la propria individualità, rispettando se stessi tanto quanto si rispettano gli altri. Questo diritto lo possiamo definire diritto di autonomia di giudizio. Cioè possedere una propria autonomia di giudizio, ricordarci che noi soltanto abbiamo il diritto di giudicare il nostro comportamento, i nostri pensieri, le nostre emozioni e di assumere le responsabilità di queste accettandone le conseguenze.

Spesso infatti io, osservando e guardando nel sociale, noto sempre la tendenza da parte di molti a comformarsi a delle regole esterne, stabilite a volte da persone competenti, autorevoli e sembra che questo possa dare più tranquillità, più sicurezza.

In verità secondo me, prendere come punto di riferimento se stessi piuttosto che gli altri, aiuta a sviluppare maggiormente la propria individualità, la propria libertà. Anche se ciò significa commettere degli errori. Ma soltanto in questo modo possiamo iniziare a scoprire in realtà ciò che siamo e ciò che vogliamo. Ora. Si nasce, si cresce in un contesto sociale dove fino a quando siamo piccoli ci dicono cosa dobbiamo fare, cosa non dobbiamo fare, ci dicono che dobbiamo assomigliare il più possibile a quell’ideale piuttosto che a quella persona.. Quante volte ci siamo sentiti dire “questo non me lo aspettavo da te”, “la mamma sai che ti vuole bene se fai quello”, “mi piacerebbe che tu diventassi un ingegnere”, in poche parole ci stanno dicendo che noi meritiamo l’affetto e l’amore soltanto ed esclusivamente se.. e la stima degli altri.. esclusivamente se facciamo ciò che gli altri desiderano da noi. Cioè non c’è nessuno che ci insegna a dire “Bene sant’Iddio, cosa ti piace fare? Cosa ami fare? Chi sei? Che tipo di pianta sei? Diventa la pianta che sei” No, fin dall’inizio ci insegnano ad appagare le aspettative degli altri, spesso dei genitori, poi della famiglia. E spesso noi diventiamo adulti senza renderci nemmeno conto che siamo schiavi di un’idea. Siamo schiavi di un’idea, di un’idealismo, di una rappresentazione di una persona che non può esistere, la persona che vorrebbe il mondo tu fossi. Per fare questo spesso non viene usata la violenza ma bensì quello che viene definito senso di colpa. Infatti il senso di colpa è uno strumento che permette agli altri di manipolarci. Il senso di colpa è uno tra gli stati d’animo più assurdi che possano esistere. Non dovrebbero esistere i sensi di colpa, non bisognerebbe crescere con il senso di colpa. Il senso di colpa è l’idea che è colpa tua se qualcun altro sta male. Io lo definirei moralismo cioè attribuire a me le conseguenze degli stati d’umore degli altri. E’ come se io fossi colpevole una persona come gestisce la propria vita un’altra persona. Ma questo non dipende da me. Nessuno ci ha mai insegnato che le persone che ci vogliono veramente bene sono persone che ci lasciano volare, ci lasciano le finestre aperte, ci dicono “magari questa cosa è contraria alle mie idee, magari mi aspettavo altro da te, ma se ti voglio veramente bene è giusto che tu faccia ciò che realmente ti fa stare bene”. Benissimo, quello che vedo in giro è un sacco di persone che si sentono realizzate, sicure, che hanno stima di sé esclusivamente se appagano i desideri degli altri. E’ vero che ci si sente sicuri ad essere apprezzati dagli altri. Ma più ci saremo apprezzati per questo motivo dagli altri più perderemo il nostro individualismo e la nostra libertà. La libertà di esprimere quello che siamo, la libertà di diventare quello che siamo, la libertà di non giudicarci secondo i canoni prefissati dalla cultura. Perchè spesso siamo schiavi, spesso stiamo male non per malattie reali ma siamo schiavi perchè abbiamo delle catene mentali. Usiamo la stessa matematica da quando siamo nati per giudicarci.

Cambiamo paradigma matematico per valutarci. Per oggi direi che è sufficente. Quindi ricordate che il primo diritto è l’autonomia di giudizio. E questo lo dico a tutte le persone che fanno dipendere la loro vita dagli altri. Voi soli avete il diritto di giudicare il vostro comportamento e i vostri pensieri -assumendovi delle responsabilità certamente- ma voi soltanto. Arrivederci.

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giu 06

Oggi voglio parlare di interventismo. Di quello che spesso le persone fanno nei confronti della propria persona: intervengono.
Partiamo dal presupposto che la mente è un pò come un bosco, un bellissimo bosco di quelli completamente naturali che si autoregolamenta spontaneamente. Dove anche quando avviene qualche incendio non bisogna intervenire perchè anche quello, anche se è un elemento difficoltoso, è parte di un’autoregolamentazione. Gli alberi cadono, i tronchi vengono riportati a riva, il mare si ripulisce. E così avviene in ogni ambito della natura: nei boschi, negli oceani… Sì, perchè anche quando l’oceano va in tempesta ha una sua funzione: serve per autoripulirsi. E così funziona anche la nostra mente. Spesso la nostra mente tende ad autoripulirsi. Casi emblematici sono quando una persona affronta un evento traumatico stressante e di notte lo sogna e lo risogna, si sveglia alle due e mezza della notte. Ecco i circuiti neuronali stanno cercando di fare quella pulizia, quell’onesta pulizia, spontanea e naturale. Dall’altra parte però oltre ad avere una mente naturale abbiamo una mente strutturata in modo schematico, che possiamo definire schemi di riferimento mentale. E qui avviene il nostro interventismo ossia creiamo delle regole ideative, strutturali che si riferiscono ad una particolare cultura di riferimento e utilizziamo queste regole -che sì è vero ci danno certezza- per andare contro il nostro processo naturale. A meno ché questo processo naturale non si accomodi a questi schemi di riferimento mentali che abbiamo acquisito durante la nostra crescita interagendo con il sociale. Ecco spesso questi riferimenti mentali, questi schemi mentali, questi regolamenti interiori non sono fatti per migliorare la nostra condizione di vita ma sono fatti per manipolare la nostra esistenza, manipolare le nostre emozioni. Ora, l’errore che molte persone commettono è esattamente quello di non utilizzare i propri pensieri per accompagnare il fluido o la spontanea fluidità delle nostre emozioni. Immaginate un fiume o un ruscello o un rivolo di montagna che scende. I nostri pensieri dovrebbero essere utilizzati per escogitare un modo per togliere il sasso o eventuali dighe mentre il fiume scende dalla montagna. Questa è la nostra funzione, non quella di deviare il fiume sulla base di un pensiero astratto. Ora, spesso non avviene così. Noi non lasciamo fluire le nostre emozioni senza intervenire. Noi le blocchiamo, le manipoliamo perchè partiamo sempre all’incontrario. In molti casi la variabile indipendente sono i nostri pensieri, le nostre regole e la variabile dipendente sono le nostre emozioni. Ecco perchè ripeto avvengono numerevoli violenze verso le nostre emozioni. E tutte le volte che interverremo sulle nostre emozioni accomodandole per una questione di comodità e di certezza alle nostre regole mentali, sbilanceremo un equilibrio e pagheremo il problema successivamente. Questo avviene anche in modo superficiale con i sintomi. Molte persone che hanno sintomatologie legate all’ansia commettono l’errore di volerle controllare, di volerle sottomettere, di volerle gestire -nessuno gli ha mai insegnato- di volerle soprattutto spiegare, di capire il perchè, cosa ci sta sotto. Nessuno gli ha insegnato che se esistono ci sarà pure un motivo, il tuo organismo ci sta dando dei segnali e nessuno ha insegnato a fare in modo che il tuo organismo, la tua sintomatologia prenda forma come le nuvole in cielo. Non opprimerla, non controllarla, ascoltarla, darle il benvenuto. E queste sintomatologie si sentirebbero libere e andrebbero nel verso spontaneo e naturale. E dopo un pò di tempo sparirebbero. Però noi vogliamo controllare, perchè non sappiamo dove andrà a finire tutto ciò, questo gioco, abbiamo questa maledetta abitudine di voler gestire gli eventi naturali sia di tipo fisico sia di tipo umanistico. Ci sono esempi molto più umanistici come dicevamo, al di là della sintomatologia ansiogena. Immaginate che per un momento una persona abbia un comportamento omosessuale. Fino a pochi anni fa l’omosessualità era definita una malattia. E sapete perchè? Semplicemente perchè non si accomodava a queste forme di schemi mentali di tipo culturale. E allora torniamo al problema: prima le regole e poi la spontaneità. Per me nell’omosessualità non c’è nulla di sbagliato: non è una sigaretta, che porta dei danni, è un comportamento. E invece di far fluire, insegnare alle persone a far fluire la propria individualità, la propria esistenza, il proprio modo di essere, gli abbiamo insegnato a giudicare questo modo di essere in relazione a delle regole culturali che il mondo ci ha insegnato. E siccome che l’omosessualità, forse ancora oggi, ma molti anni fa non si accomodava allo schema mentale di cosa buona e giusta veniva bollata come malattia, come sbagliato. E allora vediamo un sacco di ragazzi che invece di vivere qualcosa di naturale, di spontaneo iniziano a farsi delle violenze, a crearsi dei problemi e magari che ne so, cercano delle tentate soluzioni come quella di studiare nel mondo ecclesiastico. Oppure sopprimono, si sposano con una compagna di sesso femminile. Ma la verità è che ogni qualvolta tu violenti la tua natura pagherai il prezzo elevato all’ennesima potenza. Ora, per seguire questa strada bisogna imparare a destrutturare tutte quell’insieme di schemi di riferimento mentali basati sulla cultura, quell’insieme di sciocchezze che ci hanno insegnato e creare noi dei pensieri e delle strutture mentali fatte su misura per le nostre emozioni. Diventare liberi pensatori significa esattamente quello. Non sentirsi più in colpa per una cosa spontanea e naturale ma bensì cambiare il nostro modo di ragionare adattandolo alle nostre emozioni pulite, e libere e oneste. Detto questo, penso di aver detto abbastanza per oggi. Il diritto di essere se stessi. Non si impone alla natura quello che vogliamo o per comodità o per certezza. Perchè può funzionare per un pò di tempo. Quanto pensate possa funzionare, cementare un luogo dove poc’anzi c’era una pianta? Un anno, due, cento? Appena non ve ne sarete resi conto inizieranno a spuntare le prime foglie, il primo muschio e nel tempo di cinque o sei anni che voi smettete di cimentare ritorneranno le piante. Quindi è una guerra persa in partenza soffocare la nostra esistenza.

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mar 30

“Non cambierai mai le cose combattendo la realtà esistente. Per cambiare qualcosa , costruisci un modello nuovo che renda la realtà obsoleta” (Buckminster Fuller)

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feb 15

“Tutto è cosi perfetto se non intervieni per paura”

Munaro Davide

All’inizio la tua prospettiva è orizzontale. Quando nasci, e per parecchi anni, l’unica cosa che puoi fare è camminare. Camminare è una cosa normale, diventa la tua normalità. L’unico modo di esistere.

Poi qualche cosa succede in te.

Qualche cosa che nasce da dentro. Non riesci a razionalizzarla, sai che esiste, un impulso, un istinto. Non puoi comprenderlo, puoi solo accompagnarlo, e prenderne atto quando prende forma.

Non sai esattamente quando ti chiamerà, ma prima o poi avverrà.

Se quel giorno osi seguire l’istinto, sali sul ramo più grosso dell’albero più alto, del bosco nel quale stai crescendo.

Guardi il cielo blu e ti lanci.

Provi a sbattere le ali ricoperte da un sottile piumaggio.

Le muovi velocemente ma all’inizio no serve a nulla.

Poi cadi su una montagna di foglie secche che fungono da cuscino.

Tutto è cosi perfetto se osservi il bosco e non ti soffermi sulla sofferenza del singolo albero.

Lascia che tutto prenda forma, non soffermarti sull’evento. Prendi coraggio.

Provi ancora a volare e senza che tu te ne renda conto stai cambiando.

Inizi a saltare da un ramo all’altro.. ma il salto adesso è più lungo.

Non hai ancora un volo completo ma si inizia a intravedere quello che sarai.

Salti e voli malamente.

Poi passano i giorni, e una bella mattina, una mattina primaverile, non sai cosa sia successo, ma in quel salto non inizia la discesa, ma la salita.

Inizi a salire in cielo.

Il vento ti porta in alto.

E’ una sensazione strana. La tua prospettiva sta cambiando. Ora non è più orizzontale, inizi a vedere tutto dall’alto.

Una visione sempre più completa, tutto cambia forma.

Non esiste una realtà ma il modo di percepirla.

Un modo che non si ferma mai.

Non tornerai mai più indietro. Devi avere il coraggio di accettare che indietro non si può tornare.

Il cambiamento va solamente in un’unica direzione.

Non devi cercare di opporre resistenza.

Mentre sali nel cielo realizzi, senti e ti rendi conto che il bosco nel quale sei nato era circondato da alte muraglie fatte di sassi.

Inizi a salire e vedi i confini del parco dove sei cresciuto. Il parco che ti dava tanta sicurezza, immerso in alberi secolari.

Pensavi fosse infinito, ma più sali in cielo più scorgerai i suoi confini.

Ciò che era immenso diventa piccolo.

Quella libertà che esso ti dava è cambiata, mentre che cambiava il tuo essere.

Divenire incessantemente ciò che si è senza impedire il cambiamento.

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gen 15

Siaomo esseri incredibilmente potenti:

Credo di aver passato trent’anni della mia vita, i primi trent’anni per cercare

di diventare qualcosa.

Volevo diventare bravo nel fare le cose, diventare bravo a tennis, bravo a scuola,

nei voti.

Tutto lo vedevo in questa prospettiva.

“Non vado bene così come sono, ma se divento bravo nel fare delle cose”.

“Mi sono reso conto che giocavo il gioco sbagliato,

perchè il gioco era scoprire ciò che già ero”.

gen 04

Qualunque destino, per lungo e complicato che sia,

consta in realtà d’un solo momento:

il momento in cui l’uomo sa per sempre chi è.

Jorge Luis Borges

dic 20

I coltivatori di tabacco insegnano che al tabacco appena piantato, non viene data sufficiente acqua per soddisfare completamente i suoi bisogni.

A causa di ciò, la pianta è costretta a cercare nella profondità del suolo l’acqua.

La condizione di stress permette lo sviluppo nel tempo di un impianto radicale forte.

L’effetto sarà di avere delle fantastiche piante.

Le condizioni stressanti non devono essere viste sempre come qualche cosa da evitare. Questo è un insegnamento innaturale, che porta a trovare la soluzione banale dei nostri problemi, come spesso accade quando vedo persone che si sedano attraverso l’utilizzo di psicofarmaci per affrontare la loro ansia o i loro stati depressivi e paure.

Ma come fa una persona parlare di sè se dietro non sono presenti esperienze emotive forti.

Molte persone riempiono la vita di oggetti, di abitudini, di dogmi.

Spesso descrivono se stessi in base al loro lavoro, la grandezza della macchina, quanti appartamenti hanno, dove lavorano…..

Nessuno ci insegna a scoprire chi siamo realmente. Ci insegnano a diventare o ad assomigliare a qualche stereotipo di successo.

Fin dall’inizio la cultura di riferimento si impossessa di noi e ci insegna quali emozioni devono essere nascoste, perché subiranno critiche, e quali altre no.

Veniamo sempre giudicati per quello che facciamo fin dall’infanzia e indirizzati a diventare quello che non siamo.

Poco spazio viene dato alle nostre riflessioni interiori umane; tutto passa da un giudizio dicotomico e banale basato sul giusto e sbagliato.

Le situazioni stressanti creano spazi, e noi dobbiamo lasciare che questi spazi si riempiano spontanemanete senza fretta nel tempo.

Un po’ come quando da piccoli ci sbucciavamo le ginocchia e si formava spontaneamente una crosticina che poi lasciava spazio ad una nuova pelle più rosa, che con il tempo si irrobustiva.

Senza rendercene conto avevamo una nuova pelle.

Creare spazio significa abbandonare ciò che non serve più, anche se questo é diventato un porto sicuro.


dic 09

Riflessioni

nov 25

Imparare ad andare in bicicletta

Accade, talvolta,  che ciò di cui abbiamo bisogno non sia esposto, in evidenza sul primo scaffale, nella bella vetrina di una libreria.

Di solito quando entriamo in libreria troviamo i libri catalogati e suddivisi per genere.

Corridoi profumati e in ordine. E’ difficile perdersi.

Si trovano i libri più conosciuti, le ultime novità.

Poi se si supera la prima sala e si va fino in fondo, possiamo trovare una porticina. Poche persone la notano.

Ma se qualcuno decidesse di aprirla si troverebbe nel retrobottega della libreria.

Li è tutto un po’ in confusione. Ci sono delle grandi finestre che danno su di un bellissimo giardino, dove le foglie si staccano al vento e si fanno trasportare dal vento. Chissà dove…

Forse è li che troviamo i nostri libri, quelli le cui pagine sono piene delle esperienze raccolte durante il tempo della nostra vita.

E’ un luogo che possiamo trovare solamente rischiando e accettando di cadere.

Ho aperto questo libro casualmente e ho letto queste poche righe che hanno fatto sbocciare dei ricordi nella mia mente…

Testo tratto da Firenze in quattro stagioni di Paola Zannoner, Ediciclo Editore.

L’estate è anche la stagione in cui ho imparato ad andare in bicicletta. Avevo otto anni, mi pare, ed eravamo sul lungomare di Fano. Mio padre mi sorreggeva tenendo la mano sul sellino e mi ha incitato:
«Su,coraggio, vai!».
«Ma tu non mi lasciare».
«Non ti lascio, vai, pedala!».

Ho pedalato sempre più veloce e un po’ ubriaca di vento. Solo quando mi è caduto l’occhio sulla mia ombra solitaria, mi sono accorta che lui non c’era più, non mi sosteneva. Ma ormai andavo, e sapevo. Credo che s’impari così, con la spinta alla libertà che qualcuno t’imprime, ma anche con un po’ di tradimento frutto d’amore e d’orgoglio per averti restituito a te stesso, alla tua dimensione d’indipendenza, alla coscienza della tua forza.
Mio padre voleva dei figli liberi, autonomi, viaggiatori, responsabili di sé…

nov 23

Sfumature

Ognuno di noi è portatore di differenti sfumature.

“Ogni volta che affermiamo una parte di noi,

ne neghiamo un’altra.”

Octavio Paz

nov 15

Albero autunnale

Esistono dei cambiamenti in natura che avvengono spontaneamente.

Spesso sono i nostri schemi di riferimento limitanti e razionali che impediscono

tali cambiamenti.

nov 12

Impronte sulla neve

“Scopriremo chi siamo solo strada facendo”
Davide Munaro

Spesso sento parlare di ipnosi in modo confuso.
L’ipnosi è una condizione di dormiveglia. Uno stato alterato della coscienza.
Talvolta è una condizione naturale, che avviene spontaneamente. Chissà quante volte vi siete trovati seduti sulla panchina in un parco, e mentre stavate osservando una foglia che si muoveva oppure la pioggia che si rifletteva nella pozzanghera, i vostri pensieri erano da un’altra parte. Non sapete esattamente dove, i pensieri andavano per conto loro. Un po’ come poco prima di addormentarci i pensieri si muovono liberamente in ricordi e tracce mnemoniche illogiche.
L’ipnosi può avere differenti stadi di profondità, ma in sé e per sé l’ipnosi non è curativa.
E’ semplicemente uno stato fenomenologico.
E’ caratterizzata principalmente per amnesia, distorsione spazio-temporale e focalizzazione dell’attenzione dall’ambiente esterno all’interno di noi.

Immaginiamo un portamonete, all’interno del quale esistono numerose monete.
Ognuno di noi possiede un portamonete. Non è importante il numero di monete che possediamo, ma è di fondamentale importanza utilizzarle tutte.
Il portamonete è l’inconscio, e le monete sono le risorse depositate all’interno e che spesso abbiamo raccolto durante il corso della nostra vita, spesso senza rendercene conto.
Esattamente come ognuno di noi ha imparato ad andare in bici in modo inconsapevole, senza rendersene conto.

La psicoterapia ipnotica è la comunicazione con l’inconscio del paziente.
Per fare questo dobbiamo utilizzare un linguaggio analogico, irrazionale.
E’ all’interno di un rapport, di un rapporto empatico che lo psicoterapeuta riesce a creare, come un sarto fa vestiti su misura, delle metafore, degli aneddoti, delle visualizzazioni guidate per stimolare l’inconscio del paziente.
Nella psicoterapia ipnotica non esistono protocolli prestampati, o modelli ripetibili.
E’ una danza tra l’inconscio del paziente e quello dello psicoterapeuta.

Nessuno è in grado di spiegare cosa succede all’interno della nostra mente inconscia.
Possiamo stimolarla, ma è la mente stessa che trova la soluzione e ci fornisce le risorse necessarie per affrontare il problema.

La psicoterapia avviene all’interno del paziente.

Il compito dello psicoterapeuta ipnotico è quello di mandare un’incognita, un carretto vuoto da riempire di un significato. Sarà la mente inconscia a trovare il suo significato, a svelare la soluzione dell’indovinello, a riempire il carretto.

“Un giorno di primavera stavo salendo per una collina all’interno di una macchia mediterranea in un luogo della Sardegna.
Non ero solo, stavo con una persona che ho perso qualche anno fa.
Avevo appena comperato una bicicletta, una mountain-bike.
Mentre salivo, la catena cadde dalla corona. Mi fermai e rimisi la catena sulla corona facendo girare il pedale con la mano sinistra. Ripresi a pedalare, ma da li a poco la catena cadde nuovamente.
Mi fermai, ma mentre stavo facendo salire la catena sulla corona, la persona che stava con me mi chiese: “Cosa stai facendo?”
Risposi:
“Non vedi? Sto facendo una cosa logica e giusta. Cade la catena e io la rimetto a posto!!!”
A quel punto mi chiese: “Perché lo fai? Dove vuoi andare?”
Risposi:
“Vorrei andare lassù, in cima alla collina vicino a quel pino marittimo nano”.
Lui disse:
“Potresti andarci meglio proseguendo a piedi non credi?”

Quelle parole riecheggiano ancora dentro la mia mente. Qualche cosa scattò dentro di me. Mi resi conto che non dovevo fare la scelta giusta. La scelta giusta è quella logica, coerente. Essa ha una forte valenza culturale. Ma io non dovevo fare la scelta giusta, dovevo fare la mia scelta, quella che mi apparteneva, anche se scomoda e sconveniente.
Abbandonai la bici e proseguii a piedi; ricordo ancora il suono del vento, il profumo del timo e l’odore del mare.
Forse più spesso dobbiamo abbandonarci al nostro inconscio, e invece che fare scelte giuste fare le nostre scelte, quelle che seguono il nostro respiro.

nov 11

“Ciò che la fortuna non ha dato la fortuna non toglie”

Marco Aurelio

Capita spesso che le persone confondano alcuni malesseri emotivi e stati ansiosi con la malattia mentale.

Il disagio di vivere si esprime attraverso sintomi fisici e pensieri irrazionali.

La società nella quale viviamo, a partire dalla scuola per arrivare ad ambienti lavorativi e relazioni familiari, offre poco spazio all’espressione al confronto e all’ascolto di stati emotivi più complessi, come ad esempio la solitudine, il senso di abbandono, vergogna e ansia sociale.

L’educazione emotiva permette di differenziarsi come soggetto, conoscere le inclinazioni personali e divenire liberi pensatori. Parlare dei propri stati emotivi, averne consapevolezza, significa arricchire l’anima, trovare quello che desideriamo e ciò che ci potrà rendere veramente sereni. Questi comportamenti sono difficilmente realizzabili, in particolare per i ragazzi che crescono in condizioni culturali in cui i miti sono il successo, il denaro, la fama, e dove ogni cosa è mediata dal materialismo e dove tratti del carattere, quali la sensibilità, vengono interpretati come segni di debolezza. Si passa tutta la vita ad inseguire falsi obiettivi. Ci è stato insegnato che solo quando avremo tutto ciò saremo degni di essere riconosciuti. E per esistere dobbiamo essere riconosciuti.

Ci si chiede se questa società sia strutturata per creare liberi pensatori, oppure per omologare e creare sensi di colpa. La tentazione è quella di annullare o sedare emozioni spiacevoli, dolori e frustrazioni barattandoli con piaceri effimeri. Lo slogan è “non bisogna stare male”. E così si vedono persone imbottite di ansiolitici per manifestazioni di ansia che non sono altro che la punta di un iceberg di un malessere interiore.

E’ facile immaginare che a nessuno piaccia la sensazione di sentirsi solo, emarginato, rifiutato. Invece di scoprire questo stato d’animo e di affrontarlo, è più semplice sedarlo con un farmaco, o evitare di approfondirne le cause appagandolo con l’acquisto di beni materiali.

Prima di avere la barca è importante avere la bussola; i beni materiali danno immediata soddisfazione ma esauriscono la propria funzione in tempi molto brevi e lo stesso dicasi per i farmaci che consentono una risposta sintomatologica rapida, ma non risolvono la causa del malessere. Alla luce di queste considerazioni, appare molto più importante avere la consapevolezza dei propri stati d’animo, la bussola, appunto, delle proprie mancanze e delle singolari aspirazioni al fine di orientare la propria vita verso ciò che realmente gratifica e porta serenità e benessere.

nov 10

nov 10

nov 10

nov 10

nov 08

Vendono paura, paura d’invecchiare, di ammalarsi, paura di essere adolescenti, paura degli altri…” (M. Petersen)

Sono parole tratte dal documentario “Inventori di Malattie” , una co-produzione Rai Tre/C’era una volta e Alhambra Factory.

Il video è il risultato di un’inchiesta partita negli Stati Uniti, e riguarda tutto il mondo occidentale sull’uso smodato di farmaci,  e in particolare ansiolitici e antidepressivi.

Attraverso interviste a medici, economisti, giornalisti e altri esperti, emerge lo strapotere delle industrie farmaceutiche, per lo più quotate in borsa, e la tendenza ad inventare malattie piuttosto che farmaci, utilizzando sindromi minori presenti nel DSM IV con sintomatologie abbastanza generiche. Per lanciare un nuovo medicinale ci vogliono in media 8 anni perché passi dallo stadio della ricerca in laboratorio alla commercializzazione in farmacia, mentre per ottenere una nuova indicazione per un farmaco già in commercio bastano 18 mesi. Le ricerche sono pilotate dalle stesse case farmaceutiche, così come i corsi di aggiornamento per i medici, gli studi e le statistiche sugli effetti positivi dei farmaci.

Grazie a costosissime campagne pubblicitarie e potenti strategie di marketing, le multinazionali del farmaco vendono paure: paura di invecchiare, di essere timidi, di essere iperattivi, agitati, apprensivi. Semplici tratti del carattere o piccoli disturbi diventano vere e proprie malattie da curare con farmaci.

A causa della massiccia pubblicità,  lo stesso consumatore è indotto a chiedersi se anche lui per caso non soffre di quella sindrome, con la conseguente richiesta al medico affinché gli prescriva quel certo farmaco di cui ha sentito parlare. Per ottenere questo risultato, basta lanciare e sponsorizzare campagne di presa di coscienza della malattia (disease awarness).

Quante volte ci siamo percepiti malati di qualche cosa, ma essere malati non significa discostarsi da comportamenti culturalmente condivisi.

Molti comportamenti (come comportamenti sessuali), ad esempio, erano considerati malattie, semplicemente perché tutto ciò era entrato nella cultura delle persone, e non perché comportasse una problema vero e proprio di salute.